



Catania: giusto lo spirito, ma il calcio è crudele con le debolezze
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Possono sempre capitare i momenti di difficoltà, può sempre capitare un fisiologico sbandamento dovuto a situazioni diverse da quelle che si aspettavano. Quello che non può capitare è la mancata reazione, in casa propria, nel giorno che si attendeva essere quello delle nuove risposte ad una crisi da cui il Catania non esce. Perché non lo sta volendo abbastanza.
A tutto c’è un limite, così scegliamo di intitolare il nostro editoriale. O quantomeno dovrebbe esserci, perché la passività mostrata ieri pomeriggio dai rossazzurri sembra irreversibile. Il Catania di cui tutti hanno memoria avrebbe fatto quadrato e reagito con le unghie e con i denti dopo il primo gol, invece la figura più appropriata per descrivere l’andamento successivo è quella di un pugile alle prime armi e con poca personalità, stordito sul ring dopo il primo vero colpo ricevuto dall’avversario.
Questo Catania, negli ultimi anni più fiorettista che spadista, si rifiuta di combattere le difficoltà, e questa è un’impressione che traspare da diverso tempo. Non si può pretendere che tutto giri sempre dalla propria parte e che il proprio talento, ora offuscato e depotenziato da cotanta arrendevolezza, basti da solo per alzare i pugni al cielo al termine di una partita o di una stagione.
E non stanno bastando neanche i giudizi e i messaggi umilianti che il Liotro sta ricevendo dall’intera Italia calcistica. Solo uno degli ultimi in ordine di tempo quello del giornalista del Corriere della Sera Alberto Costa, ospite ieri sera alla “Domenica Sportiva”, che ha commentato così la doppietta di Matri all’esordio con la Fiorentina dopo le difficoltà al Milan: «Fare gol al Catania è semplice».
Non si trova un briciolo d’orgoglio nemmeno di fronte ai cori risentiti e rabbiosi dei sostenitori etnei, anche se questi sarebbero stati più appropriati a partita finita. La voce del popolo rossazzurro però va sempre ascoltata, anche perché i fischi e l’irritazione mostrata da tutta la platea sono segnali molto più incisivi rispetto alla contestazione di un gruppo di ultras durante un allenamento a porte aperte a Torre del Grifo lo scorso dicembre. Amarissimi strali che non hanno risparmiato nessuno, nemmeno il presidente Pulvirenti e la persona cui si è affidata nella gestione del mercato e dell’aspetto tecnico del club, Pablo Cosentino.
Per quanto riguarda la partita, il succo di questa si è già racchiuso nella prima frazione. Etnei discreti nel primo quarto d’ora, poi è venuta fuori la Fiorentina che alzando i ritmi ha trovato con facilità disarmante le tre reti in quindici minuti, dal 25’ al 40’. In questo contesto non arrivano note d’incoraggiamento nemmeno dagli elementi finora dal rendimento più confortante: Plasil ha lasciato assoluta libertà a Mati Fernandez per il bel destro d’esterno che è valso il vantaggio, poi Spolli si è fatto prendere il tempo da Matri sul cross di Pasqual dalla propria corsia destra (in difficoltà Rolin, altro giocatore con note positive, che uscirà per un problema fisico all’intervallo). La gara perde poi di interesse anche per l’assoluta incapacità di reagire dei padroni di casa, molto spesso costretti a rincorrere il “torello” e il sapiente possesso palla dei viola, accompagnato in alcuni frangenti dagli “Olè” autoironici di parte del “Massimino”. Una giornata disastrosa in cui il Catania ha perso la carica del suo valoroso capitano, Mariano Izco, abbattuto dal clima e dalla scarsa vitalità collettiva, autore anche lui di errori banali. Difficile salvare qualcuno, impossibile farlo con Lucas Castro: superficiale e confusionario, all'uscita in favore di Keko il "Massimino" gli ha indirizzato una carica di fischi di rara frequenza.
Rolando Maran, tornato soltanto giovedì, nella conferenza stampa del dopo-gara ha insisito molto sull’aspetto psicologico e questo sarà il suo focus principale di intervento per le prossime settimane. A cominciare da questa, dove Izco e compagni prepareranno la trasferta di San Siro contro un’Inter in difficoltà, con una sola vittoria nelle ultime otto giornate. Lo spessore tecnico dei nerazzurri e la “Scala” del calcio, dove in serie A non si è mai vinto in entrambe le sponde, potrebbero dare qualche alibi, ma l’ultimo posto in classifica, a parimerito col Livorno ma con la peggior differenza reti e a quattro punti di distacco dal quart’ultimo posto, non ne concede nessuno. Il cambio di rotta deve derivare da un esame di coscienza, prima ancora che dal mercato.