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Luìs Airton Oliveira Barroso, ricordato come Lulù, è uno dei giocatori di maggior lustro e tasso tecnico che abbiano mai indossato la maglia del Catania. 28 centri in 74 presenze dal 2002 al 2004 in serie B sono solo il contributo numerico del “Falco”, tuttora amatissimo e ricordato con affetto dall’ambiente rossazzurro. Oggi per lui l’amichevole benefica tra il Catania e le Vecchie Glorie sarà un piacevole viaggio nei ricordi, ieri, prima della conferenza stampa di presentazione del match a Torre del Grifo Village, Golsicilia.it lo ha intervistato in esclusiva.
Tutto quello che hai fatto con la maglia rossazzurra è storia ed è noto a tutti. Partiamo dall’inizio della tua avventura: come è avvenuto il tuo passaggio alla squadra etnea? Ti aspettavi di vivere un’esperienza così gratificante dopo le tante soddisfazioni in carriera?
«Io posso dire che quando sono arrivato a Catania, dove c’era gente pronta ad accogliermi all’aeroporto, ho avuto subito l’idea di una tifoseria che porta i suoi colori nel cuore. Dal canto mio, pian piano ho cominciato a dimostrare qualcosa di importante: alla prima partita, quella con il Genoa vinta 3-2, non ho segnato, ma in quella successiva, a Messina nel derby, ho realizzato una tripletta; già in quell’occasione avevo guadagnato già qualcosa di più da parte del pubblico, e successivamente con i gol, la gentilezza e l’umiltà da parte mia il nostro legame si è fortificato».
A proposito di derby, nell’immaginario dei tifosi è indelebile uno dei tuoi due gol al Palermo al “Barbera” nel 2003, quando mettesti a sedere l’intera difesa rosanero e poi depositasti la palla in rete. Che ricordi hai di quel momento?
«Come sai i derby sono sempre partite fondamentali per i tifosi, e anzi quello col Palermo dal mio punto di vista è più sentito di quello con il Messina. Quando in una gara così importante si fa un gol come il mio, in una situazione simile, si prova un’emozione strepitosa».
Adesso stai proseguendo la tua carriera di allenatore, nell’Eccellenza sarda con il Muravera. Come vivi questo nuovo ruolo? Senti maggiormente le responsabilità, le gratificazioni o l’amarezza di non vivere più certe emozioni dentro il campo di gioco?
«Ovviamente l’esperienza in panchina è diversa da quella che si vive in campo. Con il Muravera sto andando discretamente, e comunque ci sono delle comunanze tra il modo di vivere la gara del tecnico e quello del giocatore: quando la mia squadra segna un gol, mi sento partecipe al momento come fossi un compagno del marcatore; la differenza sta nel fatto che non posso più vivere certi momenti: per esempio, quando nelle nostre azioni offensive gli attaccanti non arrivano ad intercettare i cross, io con un gesto istintivo vado per andare a toccare il pallone ma ovviamente non posso. Tuttavia, allenare è motivo di emozione ed è molto importante per chi è stato giocatore: un allenatore deve capire il potenziale dei suoi giocatori e sapere scegliere in ogni gara chi mandare in campo e chi lasciare fuori. Questo richiede una immensa capacità di gestire il gruppo, come sto facendo io: io sono uno che parla con tutti, sono sempre pronto a spiegare ad un giocatore perché lo escludo o perché gli preferisco altri, e questa impostazione cerco di tenerla ben presente sperando di arrivare ad allenare squadre professionistiche, adesso sono in Eccellenza. Nelle mie prospettive, ambisco ad andare più in alto».
Pensando che avrai seguito il Catania nel suo percorso che ha portato all’affermazione in serie A, ti chiedo quale è stato secondo te il fattore più importante, il segreto dietro i risultati ottenuti?
«Il segreto sta sicuramente nello spogliatoio e nell’operato degli allenatori che si sono seguiti, in particolare Montella che ha costruito un buon gioco e ha lanciato giocatori importanti, poi quest’anno il suo successore Maran sta facendo benissimo. Tuttavia, dietro i risultati di una squadra non ci sono solo i giocatori e l’allenatore, ma anche una dirigenza che con il presidente sta vicino al gruppo e lo sostiene: questo è molto importante».