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Non ci piace parlare dei singoli giocatori. Il calcio è uno sport di squadra, lo sanno tutti. Ma capita di avere nel gruppo elementi che, per una caratteristica o per un’altra, sappiano indicare la retta via ai propri compagni e vestire i panni del trascinatore, anche se in silenzio. La condizione psicofisica del Catania di Vincenzo Montella è al momento invidiabile, ma scontri diretti come quelli con Siena e Novara non si vincono senza sacrificio e tensione agonistica: due fattori che traspaiono dalla prova di grande spessore di Giovanni Marchese, ragazzo 28enne di Delìa, in provincia di Caltanissetta.
Utilizzare una sola arma nella realtà del pallone non porta quasi mai a risultati degni di nota. Lo sa anche Montella, il quale sta cogliendo solo in queste ultime settimane i frutti del proprio lavoro sotto l’aspetto tattico ma soprattutto mentale. Un consolidamento del gioco e della condotta della squadra attorno all’idea di cercare sempre il fraseggio e di impostare sempre, sviluppatosi parallelamente ad un percorso di rafforzamento dell’autostima indotto nelle menti dei singoli giocatori.
Facile dire che nella partita di ieri abbiano funzionato molte cose, ma tra le tante note positive è rinvenibile la capacità di cambiare il ritmo del proprio gioco e di saperlo adattare, intensificandolo o diminuendolo, a seconda dell’avversario che si ha di fronte e degli spazi che questo concede. Con un Novara molto accorto in fase difensiva bisognava produrre e far girare palla con maggior velocità, quando la poca sveltezza della manovra offensiva aveva rappresentato il tallone d’Achille rossazzurro nelle altre gare simili per obiettivo desiderato e livello dell’avversario. Il percorso del Catania in questa stagione implica però di non addormentarsi sugli allori, considerando ogni gara un’occasione per superare sé stessi e porre le basi per un posto al sole in classifica: non ci sarebbe definizione migliore a proposito del posticipo serale contro l’Inter, in scena a San Siro tra sei giorni.

