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Si cerca di archiviare con un sorriso la trasferta di Roma per il Catania di Rolando Maran. I presupposti per farlo ci sono, ma lascia troppo amaro in bocca il gol del 19enne Nico Lopez, pochi minuti dopo il suo esordio in serie A, che come d’incanto fa svanire una vittoria storica.
Al di là della gratificazione per aver trafitto due volte i giallorossi in casa loro e aver mancato un clamoroso colpaccio soltanto nei minuti di recupero, è giusto analizzare con la lucidità del giorno dopo cosa ha funzionato e cosa invece ha dato meno riscontri positivi.
USATO SICURO Il fatto che in campo ci fossero 8/11 della formazione tipo dell’anno scorso ha sicuramente agevolato la presenza di meccanismi di gioco collaudati, in virtù dei quali i rossazzurri hanno mostrato un fraseggio preciso e di buona qualità, sfruttando quasi sempre come meglio non si poteva gli spazi concessi dalla spregiudicata Roma di Zeman.
Con quello che sta emergendo come lo zoccolo duro in questo Catania, l’impressione è che più si fa esperienza in gare di questo tipo, più si è pronti nell’affrontare le varie situazioni, gestendo il possesso con autostima e sicurezza come nella parte centrale del primo tempo.
CROLLO REPENTINO E’ balzato subito all’occhio il vistoso calo, soprattutto mentale, manifestato all’inizio della ripresa: ritmo di gran lunga più elevato da parte dei giallorossi che arrivavano quasi sempre in superiorità sulle fasce, etnei schiacciati nella propria metà campo e poco precisi al momento di costruire la ripartenza.
I rossazzurri, dopo l’improvviso 1-2 di Gomez nel loro momento peggiore, hanno riguadagnato tranquillità e senso delle posizioni, controllando senza patemi a fronte di una Roma mai doma ma stanca.
DISTRAZIONE FATALE Cinque secondi di distrazione, a due minuti dalla fine, hanno contribuito al colpo di genio di Nico Lopez, distruggendo repentinamente il sogno di una vittoria mai ottenuta nella storia del club all’Olimpico. L’apparenza di una Roma in debito d’ossigeno ha forse ingannato, ma questi esiti amari servono anche a capire che nel calcio, in particolare nel campionato più difficile del mondo, non bisogna mollare la presa fino al triplice fischio.
INDIVIDUALITA' In una prova di ordinario cinismo e sagacia difficile non partire dal collettivo e dal suo spirito, ma è stato possibile scorgere alcune individualità che hanno mostrato o confermato la loro utilità in questo gruppo. A cominciare da Giovanni Marchese, concentrato di umiltà e applicazione, bravo e fortunato a freddare Stekelenburg in posizione di fuorigioco per l’1-0 ma sempre pronto a fronteggiare le scorribande di Lamela, anche nel momento di grande vivacità dell’argentino.
La sua prestazione può essere considerata un messaggio alla dirigenza, nell’attuale controversia per il rinnovo: lecito sperare in un punto d’incontro tra le esigenze del mancino di Delia e l’intransigenza della società sull’argomento “stipendi”.
Ottimo anche l’inserimento di Lucas Castro, che ha ridato slancio alla spinta sugli esterni insieme ad un caparbio Gomez, mostrandosi come una valida alternativa alle due ali titolari, perdipiù con caratteristiche parzialmente diverse: il “Pata” ha forse meno fantasia, ma più forza fisica e continuità. Importante avere carte con pro e contro diversi, per un attacco fatto non solo di fioretto.
Un attacco che, insieme al resto dei reparti, dovrà dimostrare il proprio valore anche domenica prossima, in una gara più equilibrata dal punto di vista del tasso tecnico ma decisamente più difficile da quello tattico e psicologico, con un Genoa che ha iniziato vincendo e convincendo con il Cagliari.
Ieri è stato il primo giorno di scuola, ma ne mancano altri 37. La strada per la salvezza è lunga.
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