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Nel calcio ci vogliono tanta fatica e pazienza per passare dalle stalle alle stelle. Per fare il contrario basta molto meno. Un esito a cui molti finiscono per andare incontro, quando si trovano al massimo della forma e della notorietà, quando hanno e danno l’impressione di poter mettere un pallone dentro anche ad occhi chiusi e di poter scalare le gerarchie del campionato in cui ti trovi e quelle internazionali in men che non si dica. Con la complicità delle voci di mercato che ti vogliono un giorno lì e un giorno là, del visibilio incondizionato dei tifosi a cui tu stesso hai tolto l’incubo della retrocessione, del ricordo di quanto fatto in soli sei mesi, che ti conferisce un senso di onnipotenza, facendoti dimenticare i tuoi limiti fisici e tattici.
MANCANZA DI STIMOLI L’avventura di Maxi Lopez al Catania si è ormai trasformata in un’esperienza relazionale priva di passione, dove tutta la carica e tutti i sentimenti (quelli dell’argentino, non certo quelli della platea) si sono concentrati interamente in un primo periodo, per poi lasciare spazio all’assuefazione, al sospetto disagio di rimanere ancora in una squadra dove, per dirla franca, ci si sente ‘sprecati’. Passa il tempo e la presenza dell’ex Barcellona in organico diventa sempre più oggetto di discussione da parte di tifosi e osservatori, che attualmente vedono ‘la galina de oro’ addirittura in panca, soppiantato da Bergessio nelle scelte di un allenatore, Montella, che purtroppo per lui bada alla sostanza e non al curriculum.
CALO DI FORMA E INCISIVITA' E’ un dato di fatto che il Maxi lucido, cinico, arrembante del glorioso girone di ritorno con Mihajlovic non c’è più. Dalla scorsa stagione c’è un altro numero 11: impacciato, insicuro, nervoso e poco incisivo. Una visibile discontinuità nell’atteggiamento, che non riserva quindi responsabilità al giocatore, ma che si accompagnano anche ad un uso e ad una considerazione tattica di lui non propriamente corretti.
LOPEZ E' DAVVERO UN BOMBER? L’elevata statura (188 cm) e gli 11 gol messi a segno in 17 partite nella seconda parte della stagione 2009-10 inducono probabilmente a pensare che Lopez sia una prima punta di ruolo, capace di poter fare tranquillamente il centro-boa in un 4-3-3 o un 4-1-4-1 con il compito di piazzare sponde per i compagni e di scendere spesso nelle zone più lontane dalla porta per raccogliere palla e far salire la squadra. Mansioni che Lopez sa svolgere e bene, ma che ne mettono a freno il potenziale tecnico e atletico legato al suo ruolo naturale: la seconda punta. Maxi è nato e cresciuto come seconda punta, e basta intravederlo dal suo tocco di palla e dal suo modo di calciare: un tocco ben accurato e raffinato, accompagnato ad un modo di tirare molto tecnico e poco essenziale, al contrario dei veri e propri bomber di razza, che avendo il pallone tra i piedi all’interno all’area calciano con il tempo giusto ma soprattutto con cattiveria, quella che lo stesso Maxi ha più volte mostrato di non avere davanti alla porta in quest’ultima stagione e mezza. L’argentino può pertanto definirsi, per certi aspetti, ‘vittima’ del suo semestre magico del 2010 in cui, arrivato in Sicilia in condizioni ottimali dopo la fine del campionato brasiliano con il Gremio, ha realizzato molti dei suoi 11 gol al termine di azioni palla a terra e costruite da una squadra in grande forma atletica.
LE SIRENE DI MERCATO Nell’estate del 2010 Maxi era oggetto del desiderio di molte squadre, arrestatesi di fronte alla decisa posizione assunta dal direttore Lo Monaco: tenersi stretto il suo giocattolo, a meno di offerte irrinunciabili. A più di un anno di distanza l’attaccante scuola River ha ancora degli estimatori, ed uno, il Milan, si è fatto avanti proprio in questi giorni per cercare di colmare l’assenza di Cassano: c’è stato un contatto tra Lo Monaco e Galliani, in cui si sono poggiate le basi per un prestito con diritto di riscatto a gennaio.
E SE FOSSE MILAN? Tra i rossoneri ‘la galina de oro’ sentirebbe di trovare in parte la sua dimensione, per quanto avrebbe molto di più da dimostrare per essere considerato sullo stesso piano di Pato e Robinho, per non parlare di Ibrahimovic. Il blasone del Diavolo basterebbe da solo per rivitalizzare l’argentino, al di là della consapevolezza di essere alle dipendenze di un tecnico, Allegri, capace di trattare anche con il bastone, laddove il bastone rappresenta l’indifferenza e la silenziosa scelta di tenere continuamente fuori quando non si fa il necessario per stare dentro: Ronaldinho ne sa qualcosa. Come lo stesso Maxi al momento con Montella.