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Amarcord Catania: l'ultimo gol di Piero Bortot

La storia dell'attaccante, scomparso pochi giorni fa a soli 57 anni


Non nascondiamoci dietro un dito: in questi giorni in casa Catania c'è aria di grande euforia per la stagione sin qui disputata, con la zona Europa che dista di un punto e il Napoli da affrontare a viso aperto sabato sera nella bolgia del San Paolo. Ma nei giorni scorsi, i tifosi "con qualche capello grigio" sono rimasti dispiaciuti alla lettura della notizia della scomparsa di Pierantonio Bortot, roccioso centravanti che vestì la casacca rossazzurra in stagioni di fine anni ‘70. Oggi vogliamo parlare della sua storia, dei sacrifici per diventare un calciatore e del buon ricordo che ha lasciato a Catania.

Bortot nacque a Conegliano Veneto (TV) il 3 agosto 1955, come tanti ragazzini gioca a pallone e sogna un giorno di diventare un calciatore professionista. Ma si sa, quando tu insegui i tuoi sogni devi essere disposto a fare anche dei sacrifici e nel caso di Pierantonio è proprio così visto che , già giovanissimo, lascia il suo paese natale per trasfersi a Torino, entrando nel settore giovanile dei granata. Nel 1973, non ancora diciottenne, esordisce in serie A. Nelle anni seguenti, rimane ai margini del progetto del Torino di metà anni settanta (culminato con lo scudetto vinto nel 1976) e perciò scende di due categorie (serie C) per giocare nella Cremonese dove mette in mostra tutto il suo potenziale. Angelo Massimino nota le qualità di questo giovane attaccante e perciò decide di fare di tutto pur di averlo a Catania. Bortot accetta la proposta del "presidentissimo" e si trasferisce alle falde dell'Etna nel 1976-1977, stagione che vede i rossazzurri militare in serie B. L'andamento del campionato è piuttosto lineare con la squadra che, guidata da Di Bella prima e Valsecchi poi, è sulla strada di una tranquilla salvezza, ma le cose si mettono male nelle ultime cinque partite (in cui si racimola la miseria di un punto) e il risultato è una catastrofica retrocessione in C. Bortot quell'anno gioca a malapena nove partite, non riuscendo a garantire il suo contributo in zona gol.

L'anno dopo ha modo di rifarsi giocando venticinque partite e segnando sette gol, che permettono a Catania di lottare sino alla fine con la Nocerina per la promozione. Le due squadre arrivano a pari punti (cinquantadue per l'esattezza) e devono giocarsi la serie B in un drammatico spareggio. Il 18 giugno 1978 va di scena sul neutro di Catanzaro la sfida tra le due compagini: il gol di Bortot non basta al Catania per avere la meglio nell'arco dei novanta minuti. A spuntarla sono i molossi e per il Catania rimane soltanto la grande delusione di aver sfiorato il ritorno tra i cadetti alla fine di una estenuante partita.bortot Bortot conclude dopo due stagioni la sua avventura al Catania e passa alla Reggina, in uno scambio che vede l'attaccante Labellarte fare il percorso inverso. Sulla sponda calabrese dello stretto il ragazzone trevigiano vive la sua migliore esperienza da giocatore, regalando alcuni momenti che sono rimasti impressi nei ricordi dei tifosi reggini. Di indubbia importanza fu il suo incontro con il "professore" Franco Scoglio, che seppe dargli nuovi stimoli nell'avventura in maglia amaranto ('Tu sei forte’, mi ripeteva in continuazione e , tanto fece che quasi me ne convinsi…" ricorda Piero in una intervista di qualche tempo fa).

Misteriosamente agli inizi degli anni ‘80 la carriera di Bortot prende una parabola discendente. Dopo le esperienze con le maglie di Siracusa, Lucchese, Grosseto e Paganese, decide a soli 30 anni di appendere le scarpe al chiodo "stanco di girare per l’Italia come uno zingaro e di fare girare appresso a me la mia famiglia non riuscendo neppure a godermela appieno", come lui stesso disse. Decide quindi di tornare a Conegliano assieme alla sua famiglia conducendo una vita tranquilla, lontano da un mondo del calcio che ormai non gli appartiene più, sino alle sofferenze degli ultimi anni, in lotta contro un avversario, il cancro, che purtroppo lo costringe alla resa.

Pierantonio se ne è andato a soli 57 anni, lasciandoci con la sua energia e la sua voglia di vivere, come dimostrano i primi giorni di permanenza a Torino: "Non fu facile, il calcio è bello ma duro. È un mondo che ti dà tanto ma pretende molto di più. Da giovanissimo, lontano da casa, con l’obbligo di dovere anche studiare, rischia di travolgerti. E poi la vita di collegio è difficile per un ragazzo. Dopo un anno andai dal direttore sportivo del Toro, Bonetto, e gli dissi che se non mi avessero trovato un appartamento lontano da quella prigione del collegio me ne sarei tornato subito a casa mia, a Conegliano".


Gabriele Mirabella 29/01/2013
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