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Camomille rosanero da bere a quintali

La storia di Silvino Bercellino


Di giocatori indimenticabili il Palermo ne può annoverare parecchi, ma chi scrive, forse perché legato a uno dei periodi più belli della propria vita, ne ricorda uno in particolare. Non me ne vogliano Ignazio Arcoleo e Tatino Troja, a cui mi lega una personale conoscenza e stima reciproca, ma Silvino Bercellino da Gattinara, in provincia di Vercelli, è tutta un’altra cosa. Correva l’anno (non ho la presunzione di paragonarmi alla famosa trasmissione televisiva curata da Paolo Mieli) 1968 e la Sicilia occidentale, nel mese di gennaio fu colpita da un tremendo terremoto, ma c’era anche il Palermo di Carmelo Di Bella  che in serie B faceva sognare i tifosi.

La formazione del Palermo 1969/70. In alto da sinistra a destra: Giubertoni, Reja, Ferrari, Troja, Bercellino II, Landri; accosciati Sgrazzutti, Costantini, Causio, Lancini e Ferretti

In quegli anni, non c’erano ancora le sostituzioni e esisteva la cosiddetta formazione base. Quella del Palermo era: Ferretti, Costantini, De Bellis, Lancini, Giubertoni, Landri, Perucconi, Landoni, Veneranda, Benetti, Nova. Fortissima e che subito prese il largo al comando del torneo cadetto. Ma il buon e compianto Fernando Veneranda non era una prima punta e a gennaio arrivò un giovane di 22 anni proveniente dalla Juventus, dove non aveva trovato spazio, malgrado i suoi 8 gol in 16 apparizioni in prima squadra e i 18 gol segnati in B, in prestito dalla Juve, nel Potenza. Prese il posto al centro dell’attacco e subito i tifosi capirono che quel giocatore avrebbe portato i rosanero in serie A.

Bercellino II, detto così perché nelle fila sempre della Juventus , da stopper giocava il fratello più grande Giancarlo, era un giocatore di quelli che spaccano in due la tifoseria: o si amano o si detestano. Classe da vendere e tocco di palla sopraffino e, come si conviene ai goleador di razza, imbattibile e imprevedibile sottoporta. Se vogliamo trovare difetti, era lento e “dormiva” in campo e “sembrava” avulso da gioco, ma quando aveva la palla al piede un ci n’era pi nuddu.

Ricordo e ho stampato nella mente, come fosse oggi, un Palermo-Livorno, nella bellissima stagione del trionfo 1968/69 in B. Mancavano una manciata di minuti dalla fine della partita e il risultato era inchiodato sullo 0-0, con il portiere orobico Renato Bellinelli (nella foto a sinistra) che aveva parato l’impossibile e più dell’impossibile. I tifosi di poca fede in molti avevano preso la via dell’uscita, ma quelli di “purissima fede rosanero” aspettavano ancora il miracolo. E miracolo fu. Ci pensò Silvino Berce II, grazie a un calcio di punizione dal limite. Sembrava dovesse tirarlo Nova, che era dotato di una buona castagna. Gli occhi puntati sul “nostro” numero 11, compresi quelli di Renatone  Bellinelli, Bercellino, come al solito, dormiva il sonno del giusto e nessuno dei livornesi si preoccupava di lui. Prende la rincorsa Nova, ma Silvino è a un passo: tiro improvviso, pallone all’incrocio dei pali e gol gol gol gol. Sarà pure stato soprannominato “Torero camomillo” da un giornalista del giornale locale, ma vi giuro che ne berrei a quintali di “camomille” come queste e senza l’aggiunta di zucchero.


Pietro Ciccarelli 07/09/2012
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