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Non tutti, almeno i giovani al di sotto dei trentanni, conoscono o peggio, hanno sentito parlare, di Nicolò Carosio. Eppure è stato la prima “voce” sportiva per eccellenza. Le sue origini sono palermitane e tanto basta per inserirlo nella rubrica, “Generazioni di Fenomeni”.
Ecco quanto scrive l’indimenticabile radiocronista Sandro Ciotti ”Quarant’anni di parole”.
“La convinzione diffusa era quella che l’interesse per il calcio si sarebbe sgonfiato, ben presto ebbe conseguenze paradossali: lo stesso Nicolò Carosio, padre fondatore della radiocronaca, di fatto non fu mai assunto dalla Rai, perché nessuno se la sentiva di fare un contratto da giornalista a uno che lavorava tre quarti d’ora alla settimana per otto mesi.
Sembrava un controsenso: e il resto del tempo che avrebbe fatto? Carosio in quell’epoca era rappresentante di una marca di benzina, un’attività molto remunerativa anche per via della popolarità che gli veniva dalla radio; perciò accettò di essere pagato a cachet. Quando poi andò in pensione fece una causa di lavoro alla Rai per farsi riconoscere arretrati, contributi, liquidazione; e come era logico, la vinse. Carosio non ha imparato da nessuno: ha inventato lui il modello della radiocronaca vibrante ed appassionata, o espressioni cole la palla che “viaggia” o il “quasi-gol”.
E adesso un altro grande cronista della carta stampata, Gianni Brera, così si esprime sul nostro conterraneo nel suo libro ”Storia critica del calcio italiano”.
“La gente si ferma in strada ad ascoltare gli altoparlanti che diffondono le cronache delle partite: la voce è quella di Nicolò Carosio, che ha la giusta vibrazione epica. (Siamo nel 1934 seconda “Coppa Rimet” e in piena era fascista).
Le parole sono poche e schiette, così le captano tutti. Quel che avviene sul campo non è precisamente quel che racconta Carosio, ma importante è sentire la partita, non vederla. Forse non la vede neanche Carosio, e ne avremo flagrante prove quando le radioline a transistor consentiranno di ascoltare anche allo stadio. Il bravissimo cantore dei nostri prodi azzurri avrà allora frequentatissime beghe da parte di tifosi insoddisfatti: la sua cabina dovrà venir spesso presidiata e difesa dai carabinieri; insulti irripetibili verranno lanciati al suo indirizzo; e il buon Nicolò Carosio a stirare la faccia in smorfie altere e nobilmente distanti. Nei felicissimi anni Trenta, Carosio è precisamente l’Omero d’un epos pedatorio senza eguali: i suoi esametri (verso usato nella poesia epica latina) sono talora un po’ zoppi ma sempre concitati in giusto modo. Il suo racconto trascina la folla degli ascoltatori a entusiasmi non meno intensi di quelli che vivono e soffrono gli spettatori diretti. La massiccia e meritata fortuna di Carosio è data anche dallo scarsissimo alfabetismo dei suoi connazionali. Del resto, è ancora abbastanza plausibile il concetto secondo cui gli analfabeti di ritorno sarebbero mille volte millanta se lo sport non inducesse i più umili a leggere le gazzette e se la voglia di fantasticare d’amore non facesse delle contadine italiane le più devote lettrici di Carolina Invernizio (famosa scrittrice di romanzi rosa degli anni Trenta)”.
di Pietro Ciccarelli