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Non è facile incontrare l’ex tecnico del Palermo, Giuseppe detto Pino, Caramanno. L’allenatore, per intenderci, della “rinascita” rosanero. Stagione 1987-1988 e grazie alle deroga dalla Figc, il Palermo riprese l’attività agonistica ripartendo dalla C2, ma dovette purtroppo rinunziare alla sua originaria denominazione sociale: da “U.S. Palermo” a “Palermo, società sportiva calcio”.
Pino Caramanno e Tonino Cerro, un binomio indissolubile per 13 anni in giro per l’Italia ad allenare. Pino Caramanno non poteva che essere il “primo” degli invitati alla festa di fine anno per la premiazione migliori “alunni” della Scuola calcio Juventina Palermo, voluta e diretta da Tonino Cerro.
«La ringrazio, lei è sempre gentile nel ricordare i bei tempi andati, ma io con il calcio di oggi non ho più nulla a che vedere». Certo, non è incoraggiante per l’inizio di una conversazione/intervista, ma basta “cliccare il tasto giusto” e la “memoria computerizzata” di Pino Caramanno non la fermi più.
(a destra Pino Caramanno)
19 marzo1958, tutto il paese di Piana degli Albanesi in piazza, allora i televisori erano un lusso per molte famiglie, a vedere il centromediano (come si chiamava allora il centrale di difesa), loro concittadino a difendere la maglia azzurra della Nazionale dilettanti.
Ma era anche San Giuseppe, giorno di festa a quei tempi, e anche il giorno del più classico degli appuntamenti ciclistici di inizio stagione, la Milano-Sanremo. La Rai alternava un po’ la gara della Nazionale con la corsa in linea più affascinante del Mondo. Un tripudio per tutti i “chianioti”.
Se poi metti a parlare, degli Europei di calcio in corso, davvero il buon Pino non lo fermi per tutta la serata. Ti snocciola in pochi concetti base il suo “credo” calcistico. «La partita di calcio è come una giocata a dama, il cui scopo è quello di saper muovere le pedine con lo scopo principale di liberare lo spazio sufficiente per “mangiarti” l’avversario. Nelle serie minori, in cui ho avuto la soddisfazione di cominciare a fare l’allenatore, già applicavo questo tipo di gioco, mentre ancora in Serie A si giocava “ad uomo” e il compito del difensore era solo quello di distruggere. Nelle mie squadre la costruzione del gioco iniziava già dal terzino. Pochi passaggi in verticale, con l’attaccante centrale che aveva il compito di portarsi appresso lo stopper (allora si giocava con lo stopper e il libero) e poi sull’uno a uno e l’inserimento della seconda punta il gioco era fatto».
(a sinistra un gruppo di ex calciatori: Sutera, Anello, Cerro, Caramanno, Di Simone)
Pino Caramanno che partito dai dilettanti (cito “quasi” a memoria): l’Amat di Palermo, Akragas, Mazara, Rende, Morrone, Frattese e Rossanese, tutte squadre di serie D, per passare una stagione nel settore giovanile dell’Avellino. Quindi ancora in Campania, con la Frattese, Nocerina, Reggina, Sanremese, e poi in C2 nel “suo” indimenticabile Palermo e fu subito promozione. L’anno successivo, in nostro Pino beffa, in un memorabile spareggio, la sua ex squadra rosanero alla giuda del Foggia e sale in B. Ma per molti “esperti” di cose calcistiche (incredibile a dirsi) resta sempre un allenatore di squadre di C1 o C2.
Poi Vicenza, Catania, sempre in C e finalmente nella stagione 1992-1993 arriva in B nel Taranto. «Il ricordo più bello di quella stagione, non è tanto avere raggiunto la serie B, che in ogni caso non è da disprezzare, ma quello che a fine stagione mi disse Roberto Amodio, difensore “all’antica”, cioè di quelli che con ogni mezzo non si passa». Amodio aveva già i suoi 31 anni e aveva giocato sempre per distruggere il gioco,anche in A e B. Ebbene, lentamente, partita dopo partita, Amodio imparò a partecipare al gioco: “Maestro, dopo 14 anni di carriera e circa 330 partite giocate da professionista, ho imparato come si gioca a calcio e non mi sono mai divertito tanto come nel Taranto, allenato da lei”. Pino Caramanno è questo e tanto altro. E chissà che presto non ci sarà un’altra puntata…