



Akragas-Mazara 2-1: buona la prima per mister Raffaele
Il Due Torri sbanca Misterbianco
Primavera Catania, vittoria scaccia derby contro il Bari
Milazzo: ecco chi è il Celano
Miracolo o realtà? Una domanda che attanaglia le menti di molti appassionati del calcio nostrano ormai da diverso tempo, di fronte ad una squadra che rappresenta un quartiere di 4.500 anime ma che occupa un posto stabile nell’Olimpo del calcio italiano da un decennio. Il Chievo adesso non sta attirando su di sé gli occhi di tutto il mondo, come nel suo storico campionato d’esordio in serie A, il 2001-02, clamorosamente dominato in autunno e chiuso in piena zona Europa; l’apprezzabilità e l’importanza di quanto stanno facendo i clivensi adesso sono però le stesse.
L'ANIMA NON CAMBIA Da Delneri a Di Carlo, da D’Angelo a Mandelli, da Legrottaglie a Cesar, da Corini a Bradley, da Manfredini a Rigoni, da Marazzina a Pellissier: in casa Chievo gli uomini cambiano, ma la bontà del lavoro e dei risultati resta. Questo anche grazie all’amore per la causa, accompagnata dall’aplomb e dall’umiltà, del presidente Luca Campedelli, che ha finalizzato con la promozione e con il continuo mantenimento della serie A l’opera del padre Luigi, primo tifoso dei gialloblù dal ’90 al ’92, quando morì stroncato da un infarto; e soprattutto grazie al lavoro rigoroso e certosino di Giovanni Sartori, direttore sportivo che in silenzio e senza proclami sta sempre più conquistando il rispetto degli addetti ai lavori.
IL CHIEVO ADESSO Anche dopo l’annata storta del 2007, coincisa con la retrocessione in serie B, il Chievo non ha perso l’identità di squadra non blasonata per fama ma terribilmente concreta nella sostanza: dopo aver dominato la cadetteria nel 2008 i veneti hanno sempre fatto meglio nei tre campionati di fila in serie A. E sembrano ben predisposti a migliorarsi ancora quest’anno, con il ritorno al timone di Domenico Di Carlo, protagonista delle prime due salvezze dopo il ritorno in A, e un inizio di torneo complessivamente positivo, parzialmente inficiato dalla striscia di tre sconfitte di fila contro Inter, Bologna e Siena, interrotta comunque due domeniche fa con il fortunoso ma preziosissimo gol di Rigoni che è valso il ritorno alla vittoria contro la Fiorentina.
Dodici punti in classifica, di cui quattro sulla zona retrocessione, non costituiscono di per sé una situazione per cui cullarsi. Né cullarsi, né tantomeno arrendersi, sono verbi che rientrano nel vocabolario di chi deve sostenere il Chievo, gruppo abituato a fronteggiare senza paura e con tutte le proprie potenzialità anche gli ostacoli più impervii. Ed anche a smentire con i fatti i pregiudizi e le provocazioni. Prima della promozione in A del 2001, i tifosi dell’Hellas recitavano spesso una filastrocca in dialetto locale che diceva: “quando i mussi volarà faremo il derby in serie A, e sarà sempre così, Verona in A e Chievo in B” (“quando gli asini voleranno faremo il derby in serie A…). Semplice a questo punto capire perché i clivensi siano detti anche “Mussi volanti”.
Siciliane a fatica: quale il risultato più inaspettato?