PALMA a GS.it: «Noi direttori sportivi per autonomina»

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La redazione di Golsicilia ha intervistato in esclusiva Santo Palma, ex direttore sportivo dell’Atl.Catania che al momento è sulla piazza in attesa di valutare bene le tante offerte ricevute. Abbiamo cercato di comprendere insieme a lui, grandissimo esperto di calcio, quali siano i mali che affliggono il calcio siciliano e le cause per le quali si vedono pochissimi giocatori etnei tra i professionisti. All’interno della piacevole discussione abbiamo poi scoperto che in Sicilia non esistono dei corsi di formazione per direttore sportivo dato che nelle categorie calcistiche siciliane questa figura non viene addirittura contemplata nello statuto di federazione. Infine, un pensiero alle possibili trattative di mercato che lo vedono coinvolto.

Quest’anno il campionato di Eccellenza è stato, a detta di tutti, uno dei più brutti degli ultimi anni. Molte sono state le squadre che hanno sofferto la crisi economica andando in fallimento. Come reputa la stagione appena trascorsa?

«Innanzitutto, trovare il motivo di così tanti fallimenti nello scorso campionato di Eccellenza non è tanto facile, dato che le situazioni erano varie e ognuno dei club coinvolti aveva dei differenti problemi. Il fatto che due squadre quest’anno hanno fatto il vuoto, Ragusa e Città di Messina, non permettendo agli altri di fare i play-off ha fatto in modo che l’interesse verso questo campionato scemasse totalmente. Quindi, oltre ad esser stato un torneo falsato in coda perché vi erano tre/quattro squadre che regalavano i punti, dato che erano oramai società fallite, è stato anche distorto dall’enorme gap delle due squadre di testa che già da dicembre avevano fatto il vuoto. Bisogna cambiare qualcosa nelle regole altrimenti l’attenzione per questi campionati calerà sempre più».

Quale potrebbe essere, a suo parere, il male più grande di questi campionati cosiddetti “minori”?

«Sicuramente è la totale assenza di dirigenti sportivi, di gente abituata a fare calcio e di persone che vedano il calcio come una piccola impresa; in questo probabilmente parte della colpa ce l’ha la federazione perché essa non prevede nessuna figura dirigenziale, tralasciando l’intero peso della gestione calcistica al presidente o all’allenatore. Infatti, in tutte le squadre in cui ho lavorato, in queste serie minori, io personalmente mi sono autoproclamato direttore sportivo in quanto, ripeto, questa figura non è ancora riconosciuta dalla federazione e non esistono neanche dei corsi per poterla rendere concreta. Penso che fin quando in Sicilia non venga colmato questo gap, anno dopo anno si andrà sempre peggio. Ribadisco, non puntando innanzitutto sulla formazione di dirigenti sportivi le cose non potranno mai migliorare, infatti, basti vedere ciò che è in grado di fare un dirigente sportivo come, ad esempio, Lo Monaco che in appena sei anni ha trasformato una squadra di calcio come il Catania in una grandissima realtà. Penso che un dirigente sportivo preparato può riuscire a fare anche questi miracoli. Purtroppo la nostra federazione qui in Sicilia non prevede la figura in statuto del dirigente sportivo tagliando fuori queste opportunità di rinascita per il nostro movimento calcistico che potrebbe divenire importante come lo è potenzialmente».

Ogni anno dal corso per diventare allenatori escono all’incirca 20-30 volti nuovi di giovani che si vogliono mettere in gioco. Come mai poi durante la stagione circolano sulle panchine sempre gli stessi nomi?

«Negli ultimi anni un certo ricambio generazionale è avvenuto malgrado vengano fuori 30 allenatori l’anno. Il problema, secondo il mio parere, sta nel fatto che permettiamo ad allenatori esonerati, quest’anno sono stati rilevati dal sottoscritto almeno 4-5 casi, di occupare le panchine di altre squadre, malgrado per regolamento è assolutamente vietato. Purtroppo è una questione che tutti sanno (Federazione, responsabili allenatori delle varie province) e che fanno finta di non vedere e sapere. Allora mi domando che senso abbia dare la possibilità ad un tecnico di allenare due squadre in un anno e al contempo far uscire dal corso 40 nuovi allenatori che non riusciranno facilmente a trovare spazio. Il tutto mi fa pensare ad una questione di business: visto che comunque diventare allenatore ha un costo, sia come corso e sia come iscrizione annua all’albo».

Come mai, a livello prettamente calcistico, nel capoluogo siciliano, rispetto a Catania, c’è più sbocco per i giovani che vogliono intraprendere la carriera da calciatore?

«A livello calcistico Palermo dovrebbe esser presa da esempio dalla nostra città. Questo perché nel nostro capoluogo la maggior parte delle società minori, dilettantistiche o che si occupano solo di attività legate al settore giovanile, sono proprietarie delle proprie strutture. Queste piccole realtà: hanno la facoltà di lavorare tutto il tempo che vogliono, hanno tutti campi in sintetico, hanno la possibilità di far crescere fin dai primi calci dei piccoli campioncini. Provate a fare una ricerca sui giocatori palermitani presenti tra i professionisti e confrontateli con quelli catanesi nelle stesse categorie, vi accorgerete che coloro che provengono dal nostro capoluogo sono oltre il doppio rispetto agli etnei. La differenza, secondo me, sta nel fatto che a Catania le società non hanno proprie strutture ma si devono, per forza di cose, allenare in campi scadenti di terra battuta per al massimo un’ora e mezza e tra l’altro pagando. Tutta questa piccola questione porta le società minori a non poter sviluppare un lavoro adeguato portandole spesso e volentieri sull’orlo del tracollo. Questa nostra arretratezza totale nell’impiantistica sportiva non ci permetterà ancora per tantissimi anni di tirare fuori niente di buono. Così facendo non facciamo altro che alimentare il mercato delle scuole calcio che non servono a niente e che hanno un costo incredibile per i genitori e che servono ad arricchire solo ed esclusivamente pochi privati senza avere uno sbocco nel calcio vero».

Da dove potrebbe arrivare quel sostegno economico di cui c’è tanto bisogno per risollevare il calcio siciliano?

«La comunità europea stanzia annualmente un sacco di fondi per premiare dei progetti che servano per lo sviluppo del calcio all’interno del nostro territorio. Nonostante non manchino i requisiti fondamentali per richiederli non riusciamo ad accedere a questi fondi, forse, mancanza di programmazione o forse perché sono ancora in molti a non conoscerne neanche l’esistenza, nonostante, siano a disposizione da tantissimi anni. La Sicilia è una delle regioni peggiori per sfruttare l’accesso a questi contributi. Noi mandiamo indietro il 95% dei fondi europei dato che non li sfruttiamo, andando così a perdere delle incredibili possibilità di sviluppo. Potevamo costruire tanto e invece abbiamo solo l’intelligenza di rimandare indietro gli aiuti che ci vengono dati. Forse è l’ora che la Federazione Gioco Calcio si svegli e che veramente faccia dei corsi per tirare su manager sportivi che è quello di cui il nostro calcio ha assolutamente di bisogno».

Da uomo di esperienze qual è, mi dica la ricetta se esiste, per vincere campionati così difficili come quelli delle categorie “minori”.

«Vincere qualsiasi campionato di Promozione, Eccellenza o Serie D è molto ma molto difficile. Quasi mai questo può avvenire solo con un progetto giovani, a parte qualche miracolo, come il San Gregorio di quest’anno che è salito dalla promozione all’Eccellenza. Una squadra che in genere parte per vincere il campionato ha bisogno sicuramente di un giusto mix e di tante altre cose ma fondamentalmente per puntare alla vittoria finale ha la necessità di avere una sua casa: un campo tutto suo e di una struttura dove potersi allenare e far crescere tutti i propri tesserati, dalla scuola calcio alla prima squadra. Se non riusciamo a pensare come trasformare il calcio in business, sicuramente entro un paio di anni su questo sport non investirà più nessuno: è inutile che un presidente spenda duecento o trecento mila euro l’anno senza avere niente in cambio e senza poter ambire ad una prospettiva di crescita; sarebbero solo soldi buttati al vento. Purtroppo questa è la gestione che abbiamo sempre fatto in Sicilia coi presidenti che non lasciano la gestione alla figura dei dirigenti ma a quella degli allenatori che ricoprono anche i ruoli di manager ma questo non funziona e i fatti lo confermano».

Lei è stato accostato a tante squadre, anche importanti, del panorama calcistico siciliano. Ha mai avuto con qualcuna di queste qualche reale contatto?

«Devo dire che qualche contatto c’è stato anche se questo è un momento difficile a livello economico, quindi, magari, i presidenti preferiscono affidarsi a delle persone che costano meno e che di conseguenza sanno meno ma che riescono ad essere al contempo una risorsa economica e finanziaria per la società portando dei contributi. Per questo, in questo momento, alcuni presidenti, soprattutto quelli che non hanno grande esperienza di calcio, rimangono restii ad affidarsi a direttori come me che hanno delle determinate caratteristiche di lavoro che costano alla società ma che al contempo ne possono diventare risorsa interna importantissima: tramite il lavoro di squadra e senza il bisogno di portare sponsor o qualsiasi altra cosa di questo genere ma solo grazie alla professionalità».

Il Calcio Catania, al momento, potrebbe essere in cerca di una figura, da affiancare al responsabile del proprio settore giovanile, che abbia grande esperienza all’interno del territorio etneo. Quante possibilità potrebbe avere Santo Palma di ricoprire quel ruolo?

«Non nascondo che ne sarei felice di ricoprire questa carica anche se io non ho avuto nessun genere di contatto col Calcio Catania e malgrado non rientri ancora in queste alte sfere. Starò comunque attento per quel che riguarda la scelta che farà la società rossazzurra in questo ruolo perché, secondo me, è un punto fondamentale per il futuro del club che passa improrogabilmente attraverso il proprio vivaio e, quindi, attraverso la propria gente. Mi auguro, a prescindere dalla mia possibile o meno candidatura, che possano prendere un dirigente catanese che conosca il proprio territorio perché il prescelto dovrà relazionarsi tantissimo con le realtà che abbiamo all’interno della nostra provincia. Non dimentichiamoci che il Calcio Catania fondamentalmente deve puntare ad avere un vivaio catanese cosa che fino a oggi non è avvenuta in quanto il dialetto maggiormente parlato all’interno del nostro spogliatoio, a livello di settore giovanile, è il campano. Non credo assolutamente che a Catania manchino talenti, anzi, a Catania i buonissimi giocatori ci sono ma è importante farli crescere e nella nostra città questo è un problema a causa della mancanza di strutture adatte. Mi auguro che il nuovo responsabile del settore giovanile punti forte su giocatori e allenatori catanesi perché Catania è un serbatoio straordinario».

 


Orazio Gaspare Ardizzone 11/06/2012
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