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Ezio Ruvolo, presidente del Ribera, ha concesso un’intervista esclusiva ai microfoni di Golsicilia.it. Il patron biancoceleste ci ha spiegato che difficilmente il titolo rimarrà in città, che si sta facendo di tutto per mantenerlo ma che allo stesso tempo c’è troppo disinteresse dalle Istituzioni. Inoltre, ha aggiunto che parecchie cordate hanno richiesto il titolo di serie D, tra cui alcune da Gela e Caltanissetta.
Presidente, ha consegnato idealmente la squadra al Sindaco. Non si poteva fare altro?
«In questo momento no. Non sono stato bravo a risolvere questa situazione, ma da solo anzi ho fatto tanto. Se c’è un aiuto della comunità bene, perché altrimenti così non si va da nessuna parte. Ho sempre detto che non sono un presidente ma un operaio del calcio, ho sempre gridato aiuto e quello che potevo fare l’ho fatto. Sfido chiunque a fare quello che ho fatto io da solo e non sono un imprenditore. Se il Primo cittadino, l’amministrazione comunale e gli imprenditori locali riterranno che avere una squadra in D è una cosa importante magari tutto si risolve, ma è inutile continuare a perdere tempo».
Sembra un po’ sconfortato…
«Sì, perché come accennavo ho perso tempo io e l’ho tolto alla mia famiglia. Non mi sta più bene così».
L’avventura di Ezio Ruvolo al Ribera e nel mondo del calcio è realmente finita?
«Nel calcio penso e spero di no. Al Ribera, come si dice “non posso ancora piangere il morto”. Ho dato 7/10 giorni di tempo per cambiare la situazione, ma finora non c’è stato nulla. Abbiamo tanti deputati a Ribera, non riesco a capire come un comune mortale come me riesca a trovare tanto sponsor e queste persone, ai quali aggiungo anche l’Amministrazione e il Sindaco non riescono a trovare un euro di sponsor».
Secondo lei perché c’è questo disinteresse?
«Non lo so, mi viene da dire che magari sto antipatico io. Però tre anni fa presi la squadra con le stesse problematiche economiche, eravamo terz’ultimi in classifica e siamo arrivati terzi. L’anno successivo promozione dall’Eccellenza alla D e quest’anno, nonostante lo scetticismo generale, abbiamo credo disputato una più che decente stagione».
Si parla insistentemente della creazione di un Comprensorio, che ci dice di più?
«Per quanto riguarda il Comprensorio è un’idea importante, ma se non c’è la voglia di svilupparla rimane utopia. I vari sindaci dovrebbero accordarsi tra loro, chiamare gli imprenditori e rendere pratico il tutto. Io sono stanco di fare sempre gli stessi appelli che cadono nel vuoto. Sinceramente vedo poca luce, perché c’è ancora nel 2013 troppa ignoranza. Che città comprenderebbe? Ribera, Sciacca, Menfi e tutti i paesini limitrofi».
E della possibile cessione del titolo ad altre cordate?
«Mi hanno chiamato da Gela e da altre città importanti, ma ci tengo a precisare che in questo momento non c’è nulla. Ovviamente vogliono il titolo di serie D perché non è facile arrivare in questa categoria. Io spero che il titolo rimanga a Ribera e che i riberesi si sveglino. Chi altro mi ha chiamato? La Nissa per esempio. Però tengo a ribadire che sono stati fatti solo dei sondaggi, al momento non c’è nulla e il Ribera è ancora dei riberesi».
Della permanenza del titolo a Ribera, che percentuale c’è al momento?
«Vista la situazione, per quello che sto vedendo, davvero poco e niente. Lo spero sempre, ma attualmente la percentuale è bassissima. Conto di fare una riunione tra mercoledì e giovedì, dicendo al Sindaco di fare intervenire altri imprenditori. Ribadisco che ancora una volta il Ribera non appartiene a Ruvolo e se Ruvolo sta antipatico è disposto a farsi da parte. Anche se il Ribera si è preso i meriti e a Ruvolo sono rimasti solo gli oneri. Il problema più grosso è che non c’è una mentalità imprenditoriale che investa sul calcio come pubblicità».
Quale sarebbe il suo più grande rammarico in caso di cessione del titolo?
«Ribera è un paese importante dove si produce bene ma non si sa vendere. Il calcio per la mia città potrebbe essere un trampolino di lancio ed un’ottima pubblicità. Per fare un esempio, A Cava non ci conoscevano, non sapevano di quale provincia eravamo e adesso mangiano le nostre arance. È successo anche a Cosenza, a Vallo della Lucania e in altre città, questo mi rende orgoglioso. Perfino a Messina conoscevano solo le arance di Catania e ora comprano anche le nostre».
Quando scade il suo ultimatum?
«Come accennavo prima tra una settimana, massimo 10 giorni. Se non dovesse cambiare nulla, aprirò le porte a chi mi ha chiamato per fare sondaggi sull’acquisizione del titolo. I sacrifici fatti quest’anno dai miei ragazzi vanno rispettati e non c’è alcun motivo per cui io debba far morire il titolo».
Ha qualche sassolino nella scarpa?
«Ho sbagliato a fare calcio in questo paese. Non pensavo che qua il 3 o 4% della popolazione venisse allo stadio senza pagare il biglietto. Avevo fatto i conti con l’oste e fino ad un certo punto sono andati bene. Ora però mi rendo conto che ci mancano proprio quel 4% di introiti. Io facevo al massimo 1000/1200 euro di incasso quando, in gare come quelle col Cosenza, il “Novara” doveva esplodere di riberesi».
Vuole dire qualcosa ai tifosi riberesi?
«Posso solo ringraziare quei, ci tengo a sottolineare pochi, tifosi che ci sono sempre stati vicini. Alla cittadinanza chiedo di non fare morire questa cosa importante, abbiamo un po’ di tempo per potere sanare tutto».
Vuole fare un appello?
«In una comunità di 20000 persone, con 2500 produttori e non includo gli artigiani o i vari commercianti, è possibile fare calcio di serie D. Se ci si nasconde sempre dietro la parola “crisi” è finita, perché credo che sia più una cosa mentale che reale. Non bisogna bloccare tutto, ma anzi reagire per risolvere tutto. Guardate Campofranco, 2000 anime. È anche vero che non sono in serie D, ma io faccio i miei più grandi complimenti a queste persone che si stanno mobilitando per sostenere una squadra. Il calcio non è solo il pallone che rimbalza, ma abbraccia tanti settori».