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Riportiamo l'intervista odierna rilasciata dal comandante Vittorio Morace a "La Repubblica", nel corso della quale il presidente del Trapani ha parlato a tutto tondo. Il numero uno della società granata ha parlato di moltissimi aspetti che riguardano la squadra, inclusa la situazione stadio, il dualismo con il Palermo e il sogno chiamato serie A.
Comandante Morace, lei è un imprenditore di successo e ora sta vivendo la visibilità che il calcio dà. Come gestisce questa nuova popolarità?
«All'inizio, quando mi fermavano per la strada, mi abbracciavano e mi chiamavano presidente. Allora io chiedevo: "presidente di cosa? Dell'Ustica Lines o del Trapani?" La risposta di tutti era del Trapani. Questo affetto che ho ricevuto per il Trapani, non l'avevo mai ricevuto per l'Ustica Lines e per tutte le mie attività di imprenditore. Il calcio è un'impresa diversa. Si stabiliscono rapporti amichevoli. Nel mondo degli affari ci sono confronti più duri. La cosa straordinaria è che la città mi vuole bene come io voglio bene a Trapani. E' un sentimento che vivo con grande passione e mi sento in debito con la città».
Non dovrebbe essere Trapani a essere in debito con lei?
«Assolutamente no. Due anni fa, quando perdemmo la B all'ultima giornata, la gente mi diceva: comandante non se la prenda. Erano dispiaciuti per me e piangevano. Sono cose che difficilmente succedono nella vita di tutti i giorni. Dal punto di vista umano, il Trapani è la cosa più bella che mi sia mai capitata».
Preferisce essere chiamato comandante o presidente?
«Comandante. Dietro quella parola c'è tutta la mia vita».
Si chiede mai, ma chi me lo ha fatto fare?
«No, mai. Da un punto di vista economico e finanziario il calcio è una impresa che non potrei sostenere, ma invece la sosterrò sempre perché non la metto al secondo posto rispetto alle altre mie attività. Per me è al primo posto di quello che stiamo facendo. Anche mia moglie, che all'inizio mi prendeva per pazzo, adesso mi supporta ed è la prima tifosa. Per la mia famiglia è il meglio che possiamo fare».
Quanto ha contato la politica quando ha preso il Trapani?
«Fui chiamato dall'allora sindaco Fazio insieme a tutti gli imprenditori di Trapani. Il sindaco ci radunò perché il calcio rischiava di sparire. Nessuno si fece avanti. Sapevo che il sindaco ci teneva e allora mi proposi io. La politica in questo caso si sposava con l'amicizia. Dissi di sì, ma aggiunsi subito che di calcio non capivo niente».
Oggi ne capisce qualcosa?
«Qualcosina comincio a capirla. Essere così disincantato probabilmente è la mia chiave vincente».
E' vero che vi siete rivolti a Capello perché vi desse una mano?
«Sì. Tre o quattro anni fa chiedemmo consiglio a lui. Capello disse a Perinetti di darci una mano. E adesso eccoci qui».
Qual è il segreto del fenomeno Trapani?
«Sicuramente Boscaglia al quale si è affiancato Faggiano. Hanno entrambi grandi meriti, ma Boscaglia in particolare è straordinario».
Tanto straordinario che qualcuno potrebbe portarglielo via.
«E' vero, Boscaglia è un allenatore emergente che fa gola a molti, ma se andasse via ci rimarrei veramente male. Conoscendolo so che non farebbe mai una cosa del genere. Abbiamo tanta strada da percorrere per raggiungere le nostre mete e farlo insieme sarà bellissimo».
Il 4 dicembre il Trapani, che sino a poco tempo fa giocava contro il Paceco, affronterà l'Inter a "San Siro". Come si immagina quella giornata?
«Mamma mia. Sarà veramente eccezionale. Andrò a Milano con la squadra. Quelle emozioni non me le perderei per niente al mondo».
Sabato scorso il Trapani ha battuto la Reggina e lei ha paragonato la sua squadra al Brasile.
«Forse ho esagerato, ma la verità è che sono innamorato di questa squadra. I miei giocatori sono proprio bravi».
Il giorno della promozione in B lei disse: "Siamo solo all'inizio. Voglio migliorarmi sempre".
«Guardi, il giorno in cui ho preso il Trapani mi sono posto l'obiettivo di andare in serie A, ma me lo ponevo come un fatto del quale non conoscevo la portata. Oggi certamente è una meta da inseguire e conseguire. Quest'anno forse è presto. Il nostro obiettivo sono i play off e l'anno prossimo punteremo alla serie A».
C'è qualcosa che potrebbe farla lasciare il Trapani?
«Solo la mia incapacità finanziaria. Io non venderei mai e mai ho pensato di guadagnare un centesimo con il calcio. Quindi, come atto d'amore, cederei solamente se qualcuno potesse impegnare ingenti capitali nel Trapani. Ma questo è un discorso che non ha senso. Il Trapani è mio e me lo tengo stretto».
Come vive il dualismo con il Palermo?
«Per me non c'è nessun dualismo. Nutro affetto e rispetto per il Palermo. Palermo e Trapani insieme in A sarebbe un sogno. Facciamo così: loro ci vanno quest'anno e noi l'anno prossimo».
Parliamo dello stadio. Ne farete uno vostro?
«La vicenda stadio per me è stata una grande disillusione. Ci hanno imposto il "Provinciale". Se ne sono liberati e questo non fa onore all’amministrazione. Hanno dimostrato che se ne fregano del calcio e dei tifosi. Abbiamo fatto investimenti notevoli facendo un miracolo e riuscendo in un mese a fare tutto. Non giocare la prima partita in casa sarebbe stata una sconfitta. Miglioreremo il "Provinciale" e l’anno prossimo metteremo l’erba sintetica».