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Prosegue la nostra rubrica Amarcord e, dopo aver sentito Bugiardini, Scarafoni e Barraco, abbiamo deciso di sentire un altro dei protagonisti del recente passato rosanero. Cristian Alejandro La Grotteria, argentino ma ormai italiano d’adozione, è arrivato in Sicilia nel 2000 ed è entrato subito nel cuore dei tifosi palermitani. Abbiamo ripercorso con lui momenti della sua vita calcistica, queste le sue parole in esclusiva Golsicilia.it.
Cristian, facciamo un po’ di storia. Nasci a La Plata (Argentina) nel luglio del 1974 e dove tiri i primi calci ad un pallone?
«In una squadretta del mio quartiere a quattro anni. Poi passo al Gimnasia De La Plata e all’Estudiantes De La Plata, insomma ho giocato in entrambe le squadre della mia città. Quest’ultima è la squadra dove gioca Veron adesso e suo padre era il mio allenatore».
Nel 1998 arriva la chiamata italiana dell’Ancona, cosa ti convince a cambiare continente?
«Come tutti i calciatori sudamericani volevo provare l’esperienza in Europa, a tutti piacerebbe fare un’esperienza qui per essere più completi. Non è stato difficile ambientarmi perché sono uno che si adatta a qualsiasi posto, l’unica cosa che è mi ha sconvolto inizialmente è il clima. Sono arrivato in estate e c’era la neve (ride, ndr)».
Dopo due stagioni nelle Marche, arriva la chiamata del Palermo in serie C, stagione 2000/2001. Acquisto più oneroso per la terza serie, 2 miliardi di Lire, e vinci il campionato nonostante qualche attrito con mister Sonzogni. Che ricordi hai di quell’annata?
«Una stagione fantastica, con una squadra forte dentro e fuori dal campo. Abbiamo avuto qualche problema all’interno e all’esterno, ma quando scendevamo sul terreno di gioco eravamo davvero una squadra che remava nella stessa direzione. Abbiamo vinto il campionato all’ultima giornata come se fosse un film».
Infatti la promozione arriva contro l’Ascoli, ma in 90 minuti pazzeschi con l’orecchio ad Avellino-Messina, perché se i giallorossi avessero vinto voi avreste dovuto giocare i play off…
«Esattamente. Il Messina sbagliò il famoso rigore con Torino all’ultimo minuto ed ho un ricordo bellissimo. In quei frangenti c’era il Barbera stracolmo ma non si sentiva volare una mosca, noi in campo ci passavamo la palla tipo robot chiedendo notizie alla panchina. Poi quando arrivò la notizia che il penalty era stato parato, ricordo la nostra esplosione e il boato del pubblico».
In totale a Palermo hai segnato 17 gol in circa 80 presenze, ma qual è quello che ricordi con più piacere?
«Ricordo sempre i due gol che ho fatto ad Empoli in serie B e quello sempre ai toscani nella gara di ritorno. Incontro spesso il loro portiere dell’epoca, Gianluca Berti, che ogni volta che lo incontro mi ricorda questi gol. Poi ho fatto un bel gol in amichevole con il Chievo con un tiro al volo da lontano».
Dopo tre annate rosanero, arriva l’addio nonostante fossi uno dei beniamini dei tifosi. Come mai le strade si divisero?
«Perché avevano altre idee e io mi sono adattato. Non sono uno che fa la guerra, che si impone dicendo “No, io rimango”. Per cui mi hanno detto che se c’era una squadra a volermi sarei andato via e così è stato. Mi ha chiamato il Padova che aveva grandi progetti e ho accettato».
Qual è il ricordo più bello dell’esperienza siciliana?
«Il primo striscione che mi hanno fatto “Il cavallo”. Ricordo benissimo il primo derby che abbiamo vinto col Catania, nel quale ho pure segnato ed è stato fantastico perché non avevo mai visto tanta gente in uno stadio. Poi ovviamente la promozione, tutti a festeggiare in centro a Palermo. Ricordo che mi hanno accompagnato fino a casa portandomi la valigia, fantastico davvero fantastico».
C’è qualcuno dei compagni dell’avventura triennale rosanero con cui sei rimasto in contatto?
«Per una questione di vicinanza incontro spesso Pippo Maniero, poi Brevi che adesso è andato ad allenare il Catanzaro. Sicignano ogni tanto l’ho sentito, così come “Il Bomba” (Bombardini, ndr) e Cappioli. Tutti ragazzi con cui avevamo fatto gruppo nell’anno della promozione».
Per i più giovani che magari non ricordano, che giocatore era "El Gaucho" La Grotteria?
«Era un fantasista al quale faceva più fare assist che gol, purtroppo (ride, ndr). Giocavo sempre per la squadra e cercava la giocata perché secondo me i calciatori dovrebbero andare in campo anche per fare divertire i tifosi. Per un attaccante è difficile azzeccare la giocata giusta, ma se ti riesce è bellissimo ricevere gli applausi».
Oggi cosa fai?
«Sono un dirigente del Bassano calcio, dove c’è la Diesel della famiglia Rosso. Sono il collante tra squadra e società, poi nel week end faccio scouting con i giovani. Ho fatto il corso per direttore sportivo con Perinetti che è stato mio professore. Miei compagni erano invece proprio Amoruso, poi Cannavaro, Oddo, Filippo Galli. È stata una bella esperienza, ho imparato un sacco di cose ma ovviamente sono alle prime armi e comunque mi piacerebbe fare questo in futuro».
Vuoi dire qualcosa ai tifosi rosanero?
«Mi mancano. La passione che ho trovato a Palermo è unica. Nonostante sia passato tanto tempo, ancora oggi incontro palermitani in giro che mi salutano e mi ringraziano per il campionato vinto. Credimi è davvero una cosa bella».