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Non c’è un momento durante la giornata di un trapanese Doc in cui non pensi a quel 12 maggio scorso in cui il Trapani ha centrato, per la prima volta nei 108 anni della sua storia, la promozione in serie B. Chissà invece cosa penserà chi la maglia granata l’ha indossata in passato. Come Giuseppe Busetta, terzino destro, 60 presenze e 5 reti in due stagioni (’84-’85 e ’85-’86), la prima chiusa con la promozione dall’Interregionale alla C2. Il suo amore verso il pallone non si è fermato quando ha appeso gli scarpini al chiodo a soli 28 anni, anzi, oltre ad essere il titolare di una cartolibreria, Busetta oggi allena la Scuola Calcio e gli Allievi Provinciali del Dattilo con cui ha finito la stagione al terzo posto. Quando parla dei suoi trascorsi lo fa con piacere perché giocare per la squadra della propria città è un valore aggiunto...
Cosa rappresenta la serie B per un ex calciatore del Trapani?
«Essere stato un giocatore del Trapani per me non può essere altro che un motivo di vanto, ma sono soprattutto un tifoso, tra i primi perché aver indossato la maglia granata ha una valenza particolare. Il raggiungimento della B costituisce sia un punto d’arrivo che di partenza: punto d’arrivo perché la società dagli esordi della gestione Morace si era prefissata di conquistare la cadetteria nel giro di pochi anni. E’ senz’altro un avvio in quanto tutto sarà amplificato: dalla società stessa, perché ci sarà la curiosità di conoscere cosa c’è dietro una squadra neopromossa, alla città che si mostra già e si mostrerà sempre più innamorata dei colori granata».
Dal punto di vista del gioco, quali sono le analogie tra il suo Trapani e quello di Boscaglia?
«I periodi sono diversi: in organico eravamo in tanti ad essere trapanesi, tanto che in cinque scendevamo in campo dall’inizio. Tutto il reparto difensivo “parlava” trapanese: il portiere Mauro, io, La Vecchia, Cintura e Bonventre, il terzino sinistro. Il gioco? Il modo di interpretare la partita era offensivo proprio come quello di Boscaglia: mister Carlo Orlandi usava un 4-3-3 improntato sulle fasce, tanto che spesso ci trovavamo in area di rigore e qualche gol l’ho pure segnato. Il più bello? Contro il Paternò: Bonventre crossò in mezzo dove l’altro terzino, io, dotato di gran salto benché non altissimo e con un campo pesante per la forte pioggia, sfruttai l’occasione con un colpo di testa. Vincemmo quella partita 5-1. Come il Trapani formato B, facevamo divertire tanto la gente e lo stadio era sempre pieno, anche perché avevamo un allenatore come Orlandi dotato di grande personalità, ci teneva a compattare il gruppo e devo dire che queste caratteristiche le ho riviste in Boscaglia».
E dal punto di vista societario, invece?
«Ciò che lega questo Trapani a quello mio è senz’altro la passione per la maglia, per i colori. Allora la società la dirigevano dei tifosi con a capo l’indimendicato Giovanni Adragna; oggi la struttura portante del Trapani Calcio è un’azienda, gestita da persone del settore: negli anni in cui ho giocato era raro vedere personalità come il DS e il DG. Il Trapani Calcio e Trapani, intesa come città, ha la fortuna e il privilegio di poter contare su un’illustre figura, quale il comandante Vittorio Morace e la signora Annemarie».
Che Trapani si aspetta per il prossimo anno?
«Il tifoso deve essere contento del traguardo raggiunto, a maggior ragione dopo la beffa dell’anno scorso contro il Lanciano; personalmente ero molto perplesso sul fatto che si potesse ripetere una stagione così. Mi aspetto un Trapani che voglia mantenere la categoria, poi è lecito anche sognare perché la B ci insegna quanto il campionato sia imprevedibile. C’è il progetto della salvezza ma se l’asticella dovesse alzarsi a qualcosa di ben più prestigioso, che ben venga!».
Busetta, in quale giocatore del Trapani di oggi si rispecchia?
«Per il ruolo e per caratteristiche mi rivedo in Francesco Lo Bue: stesso modo di attaccare il fondo, stessa corsa e atletismo. E’ un ragazzo umile e sono certo che tra qualche anno sentiremo parlare di lui».