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Ci sono certe annate maledette che lasciano il segno più di altre. Questo accade nella vita così come nello sport. Ti provano e ti temprano, solcando un labile confine tra sopportabile e inaccettabile. E più tenti di ricercare il senso profondo di determinati accadimenti, più questo ti sfugge. Un po’ come provare ad afferrare un coltello dal manico e ritrovarsi con la mano grondante di sangue.
Fabrice Muamba, Vigor Bovolenta, Piermario Morosini: sembra che questo 2012 voglia assurgere al ruolo d’arbitro onnisciente d’un’aspra contesa tra sport e morte, con quest’ultima che infame e bastarda si presenta in maniera puntuale e inaspettata, precisa e casuale, in virtù di un disegno arcano, cabalistico, sicuramente sfuggente. Ma se Muamba rappresenta – e avrà modo di rappresentare – l’eroe capace di vincere la partita più importante della sua vita, negli altri due casi gli sfortunati protagonisti sono dovuti soccombere al cospetto della fine senza avere neppure la possibilità di scendere in campo.
Dinanzi a tutto questo il calcio, per una volta, ha utilizzato il buonsenso. L’alt è arrivato puntuale e risoluto, spontaneamente commosso, conseguenza naturale dell’emozione piuttosto che del ragionamento. Il veleno di una lotta scudetto snervante, il furore agonistico di uno scontro salvezza, la tensione per un traguardo stagionale distante appena un passo devono tacere e mostrare rispetto per la tragedia.
Chiudiamo con un’immagine: le lacrime di incredulità, rabbia e dolore dei giocatori del Livorno. Quelle lacrime hanno un valore importante, vanno dritte al punto del sentimento dando forma all’ossimoro che rende concreta un’emozione. Da sole, hanno un valore di gran lunga superiore alle infinite quantità di parole infarcite di retorica immesse in circolo in queste ore. Comprese queste che avete appena letto.
Ciao, Piermario